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Sulla porta solidissima ma sfondata, un Gattopardo di pietra danzava, benchè una sassata gli avesse stroncato proprio le gambe […]

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La strada adesso era in leggera discesa e si vedeva Palermo vicinissima completamente al buio. Le sue case basse e serrate erano oppresse dalla smisurata mole dei conventi; di questi ve ne erano diecine, tutti immani, spesso associati in gruppi di due o di tre, conventi di uomini e di donne, conventi ricchi e conventi poveri, conventi nobili e conventi plebei, conventi di Gesuiti, di Benedettini, di Francescani, di Cappuccini, di Carmelitani, di Liquorini, di Agostiniani  Smunte cupole dalle curve incerte simili a seni svuotati di latte si alzavano ancora più in alto, ma erano essi, i conventi, a conferire alla città la cupezza sua e il suo carattere, il suo decoro e insieme il senso di morte che neppure la frenetica luce siciliana riusciva mai a disperdere. A quell’ora, poi, a notte quasi fatta, essi erano i despoti del panorama. Ed era contro di essi che in realtà erano accesi i fuochi delle montagne, attizzati del resto da uomini assai simili a quelli che nei conventi vivevano, fanatici come essi, chiusi come essi, come essi avidi di potere, cioè, com’è l’uso.

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Sotto il lievito del forte sole ogni cosa sembrava priva di peso: il mare, il fondo era una macchia di puro colore, le montagne che la notte erano apparse temibilmente piene di agguati, sembravano ammassi di vapori sul punto di dissolversi, e la torva Palermo stessa si stendeva acquetata attorno ai conventi come un gregge al piede dei pastori. Nella rada le navi straniere all’ancora, inviate in previsione di torbidi, non riuscivano ad ammettere un senso di timore nella calma maestosa. 

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Il sole, che tuttavia era ben lontano dalla massima sua foga in quella mattina del 13 maggio, si rivelava come l’autentico sovrano della Sicilia: il sole violento e sfacciato, il sole narcotizzante anche, che annullava le volontà singole e manteneva ogni cosa in una immobilità servile, cullata in sogni violenti, in violenze che partecipavano all’arbitrarietà dei sogni.

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Il paesaggio nel romanzo di Tomasi di Lampedusa è un altro protagonista silenzioso, ma presente in modo spaziale, climatico, culturale, fino ad essere lui stesso autore delle condizioni della storia narrata.

Non viene descritto il paesaggio come tradizionalmente ci aspettiamo nei romanzi, ossia con scene, costruzioni di immagini, visioni, ma nella narrazione è lui stesso personaggio che si muove silenziosamente fino ad arrivare a determinare le azioni degli uomini, perché capace di condizionare e formare in modo forte, deterministico, l’ambiente e le persone.

Solo pensare alle questioni del clima e di come il caldo costruisce paesaggi quasi fermi, ci fa capire come l’azione dell’uomo deve essere moltiplicata “per tre” per poter essere incisiva, per poter avere la forza della trasformazione.

Un paesaggio non statico, quindi, ma mutevole che cambia temporalmente e in questo cambiamento mette in risalto, di volta in volta, elementi diversi: il cielo notturno e le stelle che accolgono il giardino sprofondato nell’ombra di don Fabrizio, o i panorami della mattina o del tardo pomeriggio dove emergono il mare e la campagna, oppure il mezzogiorno dove il sole alto ferma, immobilizza ogni cosa.

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Un paesaggio mutevole ma al tempo stesso immobile, un paesaggio che ha contribuito anche lui a costruire la famosa frase che dobbiamo ricordare proprio per non dimenticare chi siamo e chi forse, non dobbiamo essere:

Il Principe era depresso: “Tutto questo” pensava ” non dovrebbe poter durare; perché durerà, sempre; il sempre umano, beninteso, un secolo, due secoli …; e dopo sarà diverso, ma peggiore. Noi fummo i Gattopardi, i Leoni; quelli che ci sostituiranno saranno gli sciacalletti, le iene; e tutti quanti Gattopardi, sciacalli e pecore, continueremo a crederci il “sale della terra“.

La cake dedicata a questo romanzo è una cake di compleanno dedicata a sua volta ad un uomo che in tutta la sua vita di studioso ha avuto accanto a sè Tomasi di Lampedusa, pur non essendo lui uomo di terra siciliana.

Ho deciso che la torta doveva avere la forma del libro e quindi il lavoro maggiore é stato sulla copertina. Ho riprodotto così la copertina della prima edizione economica di Feltrinelli disegnando, anzi dipingendo il Gattopardo danzante con i colori alimentari (un mix di colori in polvere, gel e liquidi) su una tavoletta di pasta di zucchero.

La base della torta è un pandispagna al cacao farcito da una crema pasticcera alla vaniglia.

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Ricetta del pandispagna al cioccolato

ingredienti

  • 4 uova intere a temperatura ambiente
  • 120 gr di zucchero
  • 90 gr di farina 00
  • 30 gr di cacao amaro in polvere
  • due cucchiaini di estratto di vaniglia

procedimento

  • con il frullino a mano o con la planetaria sbattere le uova con lo zucchero per 20 minuti (meglio la planetaria…..)
  • setacciare la farina con il cacao
  • una volta montate le uova, incorporare a mano delicatamente la farina e il cacao e aggiungere l’estratto di vaniglia
  • imburrare una teglia rettangolare di circa 35×24 cm
  • versare il composto nella teglia e infornare a forno già caldo

cuocere per 20 minuti circa (prova stecchino) a 180°. Per realizzare la torta-libro ho utilizzato due basi.

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Il gattopardo, Giuseppe Tomasi di Lampedusa

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5 Comments

  • 3 anni ago

    Mi hai fatto tornare in mente questo bellissimo video:
    http://www.youtube.com/watch?v=_HBHDYMhbVs

  • 4 anni ago

    il sempre umano, beninteso, un secolo, due secoli …; e dopo sarà diverso, ma peggiore.
    hai citato un passaggio del libro che trovo toccante e attuale sulle condizioni dei nostri territori.
    Grazie Monica per aver addolcito con la torta 🙂 mi piace come trovi attinenza tra cibo e ambiente.
    brava.
    besos
    Sally

  • 4 anni ago

    Mi piace leggerti Monica, sei troppo brava, la torta e’ bella e buona!!! Un bacione!!!

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